ScritturaSpontanea
Amo la tua manoche respira sulla mia naticacome un guanto che salela scalinata di una basilica.Amo la tua manoche affonda nei miei ricciolicome il vento che percuote da dentrol’anima degli alberi.Amo la tua manoche s’appende al mio labbrocome grappolo di ciliegia che vince sul frutto proibito.Amo la tua manocome amo il mio uomocome amo il mio disegnocome amo il mio sogno lucido.Cat

Amo la tua mano
che respira sulla mia natica
come un guanto che sale
la scalinata di una basilica.
Amo la tua mano
che affonda nei miei riccioli
come il vento che percuote da dentro
l’anima degli alberi.
Amo la tua mano
che s’appende al mio labbro
come grappolo di ciliegia 
che vince sul frutto proibito.
Amo la tua mano
come amo il mio uomo
come amo il mio disegno
come amo il mio sogno lucido.

Cat

Petali di carta rosa tenueil verde si perde in controluceliane di quindici centimetri protese verso l’altro.Una cartolina mozzafiato.Ippopotami, cavalli, delfini, lombrichi, lumache, coccinelledisegnate sulle nuvole e soffiate come vetro di Muranocarta da zucchero il soffittoaerei in lontananza che grattano i geroglifici della luce.Sdraiata per terra guardo il solee nelle ramificazioni delle sue linee bianche vedo baffi di gatto come sbavature.Cat

Petali di carta rosa tenue
il verde si perde in controluce
liane di quindici centimetri protese verso l’altro.
Una cartolina mozzafiato.
Ippopotami, cavalli, delfini, lombrichi, lumache, coccinelle
disegnate sulle nuvole e soffiate come vetro di Murano
carta da zucchero il soffitto
aerei in lontananza che grattano i geroglifici della luce.
Sdraiata per terra guardo il sole
e nelle ramificazioni delle sue linee bianche 
vedo baffi di gatto come sbavature.

Cat

Lui le chiese di essere lasciato in pace.Forse si riferiva all’armistizio delle parole.Lei gli concedette il silenzio dei sensi.Cat

Lui le chiese di essere lasciato in pace.
Forse si riferiva all’armistizio delle parole.
Lei gli concedette il silenzio dei sensi.

Cat

Spendi una parola anche per me. Prendi carta e penna e disegna una circonferenza.Mettici dentro tutte le parole che sai, che usi, che senti.Spendine una per la dedica all’amore, quello che c’è con la luna piena e con la luna storta; una per la tua amica rivoluzionaria, per quella comica, per quella eccentrica, per quella lontana, per quella di cui non vedrai mai l’ombra, per quella che t’invita a cena, per quella stravagante, per quella che è scomparsa dietro ad una curva; una per i tuoi genitori, punti cardinali che si sono trasferiti ai Poli; una per i tuoi animali, che scodinzolano, che boccheggiano, che ti strappano un sorriso.Spendi una parola anche per me, in questa crisi tu spendi le parole.
Cat

Spendi una parola anche per me. 
Prendi carta e penna e disegna una circonferenza.
Mettici dentro tutte le parole che sai, che usi, che senti.
Spendine una per la dedica all’amore, quello che c’è con la luna piena e con la luna storta; una per la tua amica rivoluzionaria, per quella comica, per quella eccentrica, per quella lontana, per quella di cui non vedrai mai l’ombra, per quella che t’invita a cena, per quella stravagante, per quella che è scomparsa dietro ad una curva; una per i tuoi genitori, punti cardinali che si sono trasferiti ai Poli; una per i tuoi animali, che scodinzolano, che boccheggiano, che ti strappano un sorriso.
Spendi una parola anche per me, in questa crisi tu spendi le parole.


Cat

L’amore fa rumore.Quando mi dici ‘anche io’ subito prima che io abbia potuto dirti ‘ti amo’.
Cat

L’amore fa rumore.
Quando mi dici ‘anche io’ subito prima che io abbia potuto dirti ‘ti amo’.


Cat

Non finisce mai la voglia di spremere le parole e di starne a bere il succo da una caraffa sbeccata. Rischiosamente ci provo. Non finisce mai il retrogusto acido, mi pulisco le labbra col dorso della mano, come se avessi bevuto dallo zampillo di una fontana, con i leoni che ruggiscono ad ogni mio sorso.Non finisce mai la resistenza attiva o passiva alle cose che vogliono passare per forza, come il tempo.E mi piace pensare che, per una donna che ha avuto un inizio e avrà una fine, certe voglie rimarranno infinite.Quasi come le scalate.
Cat

Non finisce mai la voglia di spremere le parole e di starne a bere il succo da una caraffa sbeccata. Rischiosamente ci provo. 
Non finisce mai il retrogusto acido, mi pulisco le labbra col dorso della mano, come se avessi bevuto dallo zampillo di una fontana, con i leoni che ruggiscono ad ogni mio sorso.
Non finisce mai la resistenza attiva o passiva alle cose che vogliono passare per forza, come il tempo.
E mi piace pensare che, per una donna che ha avuto un inizio e avrà una fine, certe voglie rimarranno infinite.
Quasi come le scalate.


Cat

Se potessi acciuffare un petalo, prima di cadere e riportarlo al gambo.Se potessi evitare di piangere conservandolo nel palmo e provare pietà per il suo sfiorire.Se solo potessi smettere di volermi sentire petalo.
Cat

Se potessi acciuffare un petalo, prima di cadere e riportarlo al gambo.
Se potessi evitare di piangere conservandolo nel palmo e provare pietà per il suo sfiorire.
Se solo potessi smettere di volermi sentire petalo.


Cat

Aveva la forma ovaledi un cucchiaino senza il manicol’incavo ossidatodi una posata d’argento rodiato.Ci scivolavo dentrocon la schiuma al bordocoperta di latte annegavosognando del caffè amaro.Palato dolce per aromi fortibraccia leggere per pesi indolentizollette di zucchero sciolte in grembiulim’affaccendavo dignitosa con le gote arancioni.Aveva la forma ovaledi un bocciolo allungato e protesodi petali stretti in loro stessi e tra le loro spineabbracciavo le ginocchia e le cavigliem’incastonavo in quel cucchiainoaspettando la fineaspettando la rimaaspettando di riconoscere i miei passi nelle mia casa.Ciondolavo immobilecantavo nella menteprogettavo fantasie sessualiche nella maggior parte dei casi non riuscivano a diventare materiali.Aveva la forma ovalequel vaso che m’ospitava fino alla prossima fugaquella tinozza in cui dormivo senza avere dimoraquel palmo che mi teneva al cielocome sulle spalle di un padrecome su una giostra infantilecome sulle montagne russe senza soffrire di vertigine.O forse ne soffrivodi vuoti d’ariadi mani bagnaticcie di andirivieni di pauredi cadere da quelle spalle.Aveva la forma ovalee mi custodiva come perla nell’ostricaio spingevo forte i miei occhi chiusi contro i polsii piedi appesi alle paretiavrei digrignato i dentima non potevoero troppo a mio agio lì dove stavo.Cat

Aveva la forma ovale
di un cucchiaino senza il manico
l’incavo ossidato
di una posata d’argento rodiato.
Ci scivolavo dentro
con la schiuma al bordo
coperta di latte annegavo
sognando del caffè amaro.
Palato dolce per aromi forti
braccia leggere per pesi indolenti
zollette di zucchero sciolte in grembiuli
m’affaccendavo dignitosa con le gote arancioni.
Aveva la forma ovale
di un bocciolo allungato e proteso
di petali stretti in loro stessi e tra le loro spine
abbracciavo le ginocchia e le caviglie
m’incastonavo in quel cucchiaino
aspettando la fine
aspettando la rima
aspettando di riconoscere i miei passi nelle mia casa.
Ciondolavo immobile
cantavo nella mente
progettavo fantasie sessuali
che nella maggior parte dei casi non riuscivano a diventare materiali.
Aveva la forma ovale
quel vaso che m’ospitava fino alla prossima fuga
quella tinozza in cui dormivo senza avere dimora
quel palmo che mi teneva al cielo
come sulle spalle di un padre
come su una giostra infantile
come sulle montagne russe senza soffrire di vertigine.
O forse ne soffrivo
di vuoti d’aria
di mani bagnaticcie 
di andirivieni di paure
di cadere da quelle spalle.
Aveva la forma ovale
e mi custodiva come perla nell’ostrica
io spingevo forte i miei occhi chiusi contro i polsi
i piedi appesi alle pareti
avrei digrignato i denti
ma non potevo
ero troppo a mio agio lì dove stavo.

Cat

Battevo i piedi e le palpebre allo stesso ritmo.Avevo occhi per te e te lo mostravo.Erano come bicchieri di carta colorata nelle feste all’asilo. Trombette e cappellini, stelle filanti e bicchierini.Ero una bambina castana e più alta della media che non ha mai provato a stare sulle punte dei piedi o con le spalle all’infuori o con la schiena bella dritta come le diceva la maestra.Al contrario volevo sembrare più bassa e, allo stesso tempo, volevo mostrare i miei occhi. A te.Non mi chiedevo come potessi vederli tu, infossati come li avevo combinati fra le pertiche della palestra, scavati velocemente sotto ad una panchina nell’ultimo minuto dell’intervallo come a nascondere qualcosa in una buca.Non mi chiedevo come ma mi rasserenavo sapendo che, se tu non li avessi notati, sarebbe stato bello comunque anche già solo il fatto di averteli voluti mostrare con tanta smania.Erano tuoi comunque, erano fatti per te fra la gente, erano la cura e la bellezza che quella bambina metteva solo nelle sue creazioni per se stessa.E, se tu non li avessi visti, lei non avrebbe potuto arrabbiarsi o rinfacciarti il fatto che non li avessi apprezzati o, peggio, che li avessi disprezzati. No, saresti stato comunque un amico, il migliore. Saresti stato il mignolo che si stringe nel mignolo mentre si cammina piano sul bordo della piscina e tutti stanno in fila indiana e voi due state in due. E noi due stiamo in due.Battevo piedi e palpebre allo stesso ritmo.Non avevamo la nostra canzone, il nostro inizio e la nostra fine. Non avevamo un metodo, una pratica, un praticantato, un periodo di prova. Non avevamo un contratto, un compromesso, un acconto, un saldo.Ma avevamo una provenienza, scritta sulla schiena e spesso la trascrivevamo sulla fronte. Così, giusto per scacciare quelli che si fermano alle apparenze e quelli che si addentrano nelle apparenze ma con le catene al collo. Per esempio quelli che delle apparenze fanno i loro gusti: quelli che ti dicono che gli piacciono i libri che leggi, la musica che ascolti, quelli che ti dicono che la pensano come te su ogni cosa che esprimi, che condividono ogni tua scelta e commento, che si privano se tu ti privi, che ti seguono se tu ti butti. Quelli che, dopo un tot, ti rinfacciano tutto da capo a piedi.Battevo i piedi e le palpebre allo stesso ritmo e tu eri l’orecchio che ha sentito tutto.Cat

Battevo i piedi e le palpebre allo stesso ritmo.
Avevo occhi per te e te lo mostravo.
Erano come bicchieri di carta colorata nelle feste all’asilo. Trombette e cappellini, stelle filanti e bicchierini.
Ero una bambina castana e più alta della media che non ha mai provato a stare sulle punte dei piedi o con le spalle all’infuori o con la schiena bella dritta come le diceva la maestra.
Al contrario volevo sembrare più bassa e, allo stesso tempo, volevo mostrare i miei occhi. A te.
Non mi chiedevo come potessi vederli tu, infossati come li avevo combinati fra le pertiche della palestra, scavati velocemente sotto ad una panchina nell’ultimo minuto dell’intervallo come a nascondere qualcosa in una buca.
Non mi chiedevo come ma mi rasserenavo sapendo che, se tu non li avessi notati, sarebbe stato bello comunque anche già solo il fatto di averteli voluti mostrare con tanta smania.
Erano tuoi comunque, erano fatti per te fra la gente, erano la cura e la bellezza che quella bambina metteva solo nelle sue creazioni per se stessa.
E, se tu non li avessi visti, lei non avrebbe potuto arrabbiarsi o rinfacciarti il fatto che non li avessi apprezzati o, peggio, che li avessi disprezzati. No, saresti stato comunque un amico, il migliore. 
Saresti stato il mignolo che si stringe nel mignolo mentre si cammina piano sul bordo della piscina e tutti stanno in fila indiana e voi due state in due. E noi due stiamo in due.
Battevo piedi e palpebre allo stesso ritmo.
Non avevamo la nostra canzone, il nostro inizio e la nostra fine. Non avevamo un metodo, una pratica, un praticantato, un periodo di prova. Non avevamo un contratto, un compromesso, un acconto, un saldo.
Ma avevamo una provenienza, scritta sulla schiena e spesso la trascrivevamo sulla fronte. Così, giusto per scacciare quelli che si fermano alle apparenze e quelli che si addentrano nelle apparenze ma con le catene al collo. Per esempio quelli che delle apparenze fanno i loro gusti: quelli che ti dicono che gli piacciono i libri che leggi, la musica che ascolti, quelli che ti dicono che la pensano come te su ogni cosa che esprimi, che condividono ogni tua scelta e commento, che si privano se tu ti privi, che ti seguono se tu ti butti. Quelli che, dopo un tot, ti rinfacciano tutto da capo a piedi.
Battevo i piedi e le palpebre allo stesso ritmo e tu eri l’orecchio che ha sentito tutto.

Cat